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CONGRESSO: “PARADIGMA STILL-FACE E NEURONI SPECCHIO: LA NEUROSCIENZA DELLA PSICOTERAPIA”

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19/20/21 MARZO 2021

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Descrizione

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La natura intersoggettiva degli esseri umani si sviluppa subito dopo la nascita e rappresenta uno dei principi cardine della nostra capacità di creazione di significato. Sin da quando veniamo al mondo, infatti, la relazionalità svolge un ruolo chiave nella nostra esistenza: la capacità del neonato di imitare le espressioni facciali del caregiver non soltanto garantisce la sua sopravvivenza, ma gli consente anche di interagire con quest’ultimo in modo sincronizzato, dando luogo a scambi relazionali sempre più complessi, essenziali per lo sviluppo psicobiologico del bambino.

La scoperta dei neuroni specchio ha offerto un fondamento neurofisiologico di primaria importanza al celebre paradigma del volto immobile o Still Face, apportando un contributo sostanziale alla ricerca scientifica in questo ambito. Come può, dunque, la Psicoterapia servirsi di queste preziose conoscenze per promuovere il benessere individuale? Il Congresso “Paradigma Still-Face e Neuroni Specchio: la Neuroscienza della Psicoterapia” darà l’opportunità ad alcuni dei maggiori Esperti del settore di rispondere a questa domanda. L’evento vedrà la partecipazione di Relatori di fama internazionale, che presenteranno i più recenti studi sul ruolo della sintonizzazione emotivo-relazionale e sulla relazione dell’individuo con il proprio Sé, analizzandone sia le implicazioni in termini di ricerca che le applicazioni terapeutiche. A questo proposito, il concetto di intersoggettività – strettamente correlato alla relazione con l’Altro, ma anche a quella con il Sé, considerata uno degli obiettivi centrali del processo di cambiamento terapeutico – sarà particolarmente enfatizzato. Inoltre, saranno analizzati diversi approcci di trattamento e una serie di ipotesi sul funzionamento delle mente basati su e validati da fondamenti neuroscientifici. Diverse presentazioni saranno incentrate, infine, sul ruolo del riconoscimento allo specchio, un elemento chiave per esplorare profondamente la dimensione relazionale del Sé all’interno dei modelli terapeutici più avanzati.

 


RELATORI

 

PETER FONAGY (Regno Unito)

È a capo del Dipartimento di Psicologia e Scienze del Linguaggio della UCL, nonché Direttore Esecutivo del Centro Anna Freud a Londra. Oltre alla sua attività di consulenza per il Child and Family Programme del Dipartimento Menninger di Psichiatria e Scienze Comportamentali presso il Baylor College of Medicine, ricopre anche una cattedra di professore ospite presso le Facoltà di Medicina di Yale e Harvard. Ha occupato numerose posizioni importanti nel Regno Unito come quella di Presidente dell’Outcomes Measurement Reference Group all’interno del Dipartimento della Salute; ha presieduto due NICE Guideline Development Groups nonché lo Strategy Group for National Occupational Standards for Psychological Therapies ed è stato co-Presidente dell’Expert Reference Group on Vulnerable Children istitutito dal Dipartimento della Salute britannico. A livello clinico, i suoi principali interessi riguardano le relazioni di attaccamento precoce, la cognizione sociale, il disturbo borderline di personalità e la violenza. Ha pubblicato oltre 500 articoli di carattere scientifico, 260 capitoli ed è stato autore o co-autore di ben 19 libri. Peter Fonagy è membro della British Academy, della Academy of Medical Sciences, della Academy of Social Sciences e della American Association for Psychological Science; è stato eletto, inoltre membro onorario dell’American College of Psychiatrists. Ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti alla carriera da parte di associazioni professionali britanniche e internazionali come la British Psychological Society, la International Society for the Study of Personality Disorder, il British and Irish Group for the Study of Personality Disorder e la World Association for Infant Mental Health. È stato il primo accademico a ricevere, nel 2015, il premio Wiley rilasciato dalla British Academy per i traguardi raggiunti da uno studioso internazionale.

Fiducia epistemica ed energia libera: un modello integrativo per la terapia psicologica

Il modello neuroscientifico probabilmente più influente degli ultimi cinquant’anni ha origine dal modello dell’energia libera ideato di recente da Friston. Questo modello neuroscientifico computazionale ha permesso a psicoterapeuti e psicopatologi di ampliare la propria comprensione del funzionamento del cervello-mente e di integrarla con modelli fenomenologici e dinamici relativi al disturbo mentale e al suo trattamento. Questa presentazione rappresenta un contributo a questo specifico ambito e metterà in relazione il modello terapeutico basato sulla fiducia epistemica con la visione di Friston del neuro-funzionamento, incentrata sul concetto di energia libera. La presentazione riprenderà sia il modello di Friston che quello della fiducia epistemica, suggerendo una serie di idee integrative, con l’obiettivo di ispirare una nuova generazione di Ricercatori in quest’ambito.


ED TRONICK (Stati Uniti d’America)

È un Neuroscienziato dello sviluppo e uno Psicologo clinico, nonché un Ricercatore e un Docente conosciuto in tutto il mondo per il suo lavoro relativo allo sviluppo emotivo, sociale e neuro-comportamentale dei neonati e dei bambini piccoli, alla genitorialità nella cultura americana e in altre culture e alla salute mentale genitore-bambino. Il Dott. Tronick è Professore emerito di Psicologia presso la University of Massachusetts, Boston, Direttore della Child Development Unit della UMB, Assegnista di Ricerca in Medicina neonatale presso il Brigham and Women’s Hospital e Docente universitario di Pediatria presso la Harvard Medical School. Inoltre, ricopre la cattedra di Salute materna e infantile presso la Harvard School of Public Health, quella relativa allo Sviluppo umano presso la Harvard School of Education ed è membro della Boston Psychoanalytic Society. Il Dott. Tronick è l’ideatore del paradigma del volto immobile o Still-Face, diventato un prototipo sperimentale standard per lo studio dello sviluppo sociale ed emotivo in ambito pediatrico, psichiatrico, clinico, infermieristico e in quello della psicologia infantile. Attraverso i suoi studi incentrati sull’utilizzo del paradigma Still-Face, Ed Tronick ha rivoluzionato la nostra comprensione delle capacità emotive e di coping dei neonati, nonché degli effetti di fattori come l’ansia e la depressione materna sullo sviluppo sociale ed emotivo del bambino. Le ricerche condotte dal Dott. Tronick puntano a comprendere la natura dei processi di sviluppo – normali e anormali – insiti negli scambi emotivi e sociali, momento per momento, tra i bambini piccoli e i loro caregiver.

Il paradigma Still-Face e il processo dinamico di creazione di significato

L’importanza fondamentale che attribuiamo alla creazione di significato rispetto al nsotro rapporto con il mondo umano, quello inanimato e il nostro Sé è ben esemplificata dal paradigma Still-Face. Le scoperte relative al paradigma del volto immobile mostrano che la creazione di significato è un processo dinamico che coinvolge molteplici sistemi: cerebrali, psicobiologici e neurosomatici. Se, da un lato, i significati possono essere creati a livello endogeno, dall’altro è possibile affermare che i significati vengono più frequentemente co-creati con un Altro, all’interno di uno scambio attivo di informazioni. Tale scambio è caotico e caratterizzato sia da momenti di corrispondenza che di mancata corrispondenza tra significati, nonché da processi riparativi. Una creazione di significato efficace determina un’espansione della coscienza e consente di creare legami di attaccamento, favorendo lo sviluppo di relazioni, resilienza e fiducia. Se, invece, la creazione di significato fallisce, la coscienza si restringe e si comprime, generando sfiducia e fragilità. Per illustrare tale concettualizzazione, durante la presentazione saranno descritti una serie di studi sugli esseri umani relativi ad aspetti genetici, fisiologici, emotivi, epigenetici e alle interazioni caretaker-bambino o tra adulti. Durante l’intervento saranno mostrati filmati riguardanti l’utilizzo del paradigma del volto immobile nei neonati, nei bambini e negli adulti.


HARRY FARMER (Regno Unito)

È attualmente Docente Universitario all’interno del Dipartimento di Psicologia della University of Greenwich. Ha completato il dottorato di ricercar in Psicologia presso la Royal Holloway University of London nel 2014 e, tra il 2014 e il 2018, ha lavorato come Assegnista di Ricerca presso l’Istituto di Neuroscienze Cognitive della UCL mentre, tra il 2017 e il 2019, è stato Ricercatore del Dipartimento di Psicologia della University of Bath.  Il principale focus delle sue ricerche è stata la relazione tra il Sé e la cognizione sociale; i suoi studi hanno incluso una vasta gamma di tecniche metodologiche, tra cui analisi concettuale, psicofisica, registrazione fisiologica, neuroimaging e realtà virtuale. Il Dott. Farmer è autore di 14 articoli pubblicati in riviste peer reviewed nell’ambito delle Scienze psicologiche e della Neuropsicologia. I suoi lavori passati gli hanno permesso di analizzare il modo in cui la plasticità dell’auto-rappresentazione – sia a livello corporeo che concettuale – può essere utilizzata per modulare atteggiamenti sociali, tra cui il pregiudizio. Si è occupato, inoltre, di modelli computazionali relativi all’apprendimento delle similitudini tra il Sé e l’Altro; attualmente si occupa della dimensione empirica relativa al progetto “Estranged From the Self, Estranged from the Others”, che analizza la relazione tra le esperienze anormali del Sé in presenza di una depersonalizzazione e le interazioni sociali, in popolazioni cliniche e non. Il Dott. Farmer è membro della Experimental Psychology Society.

Specchi per l’anima: la rappresentazione del proprio volto e il rispecchiamento sociale

La capacità di riconoscere accuratamente la propria faccia è stata ritenuta per molto tempo uno degli indicatori chiave di un livello di coscienza superiore. Le ricerche più recenti ci hanno permesso di comprendere maggiormente il contributo dato dall’integrazione delle informazioni provenienti da numerosi canali sensoriali diversi (tra cui la vista, il tatto e i sensi interni della propriocezione e dell’interocezione) rispetto alla rappresentazione del proprio volto. Inoltre, gli studi nell’ambito delle neuroscienze sociali hanno mostrato che, per quanto riguarda lo sviluppo di risposte empatiche e della capacità di prospettiva, un ruolo importante è svolto dalla mappatura delle azioni e delle espressioni facciali degli altri, nonché delle esperienze relative al contatto e al dolore, attraverso i nostri sistemi sensoriali (rispecchiamento). In questo intervento, il Dott. Farmer attingerà alla ricerca relativa alle neuroscienze cognitive per illustrare in che modo la percezione del proprio volta influenza – ed è influenzata da – le interazioni sociali con gli altri. Per prima cosa, saranno presentate le evidenze che dimostrano quanto il rispecchiamento degli altri, a livello tattile e motorio, possa determinare un aumento della somiglianza facciale percepita, nonché un maggior senso di affiliazione e di fiducia. Successivamente, saranno descritte le ricerche che evidenziano il funzionamento in senso inverso di questa stessa relazione: comportamenti affidabili e una maggiore affiliazione sociale modulano le risposte dei sistemi di rispecchiamento, sia a livello tattile che motorio. Infine, sarà presentato un lavoro più recente che esamina il modo in cui le interruzioni del senso del Sé in condizioni di depersonalizzazione determinano un mancato rispecchiamento sia a livello tattile che motorio.


DIANA FOSHA (Stati Uniti d’America)

È l’ideatrice della AEDP (Accelerated Experiential-Dynamic Psychotherapy o Psicoterapia Dinamico-Esperienziale Accelerata), nonché la fondatrice e l’attuale direttrice dell’AEDP Institute, una scuola riconosciuta a livello internazionale, specializzata nella formazione dei terapeuti per mezzo di un approccio specifico al trattamento dei traumi da attaccamento, trasformativo e orientato alla guarigione. Nel corso degli ultimi vent’anni, Diana Fosha ha promosso attivamente una base scientifica per una terapia orientata alla guarigione e focalizzata sull’attaccamento, l’emozione e la trasformazione. Leader indiscussa nell’ambito degli studi trasformativi sul trattamento del trauma, il lavoro della Dott.ssa Fosha sui processi trasformativi di guarigione si focalizza sull’integrazione della ricerca scientifica sulla neuroplasticità, il riconoscimento e lo sviluppo diadico al lavoro clinico ed esperienziale con i pazienti. Oltre ad aver pubblicato numerosi articoli e ad aver scritto svariati capitoli di libri, Diana Fosha è autrice del libro “The transforming power of affect: A model for accelerated change” (Basic Books, 2000), la cui traduzione in italiano “Il potere trasformativo dell’emozione: un modello di cambiamento accelerato” è stata pubblicata da ISC Editore nel 2016. Inoltre, la Dott.ssa Fosha è stata senior editor – insieme a Daniel Siegel e Marion Solomon – del libro “The healing power of emotion: Affective neuroscience, development & clinical practice” (Norton, 2009), nonché co-autrice, insieme a Natasha Prenn, di “Supervision essentials for Accelerated Experiential Dynamic Psychotherapy” (APA, 2016). Definita dallo psicoanalista James Grotstein “un pugile professionista che si batte per l’intimità” e da David Malan “il Winnicott della psicoterapia [dinamico-esperienziale accelerata]”, Diana Fosha è nota per il suo stile di scrittura potente, preciso, ma anche poetico ed evocativo. Alcune delle sue frasi, come “sciogliere la solitudine”, “esistere nel cuore e nella mente dell’altro”, “il Vero Altro”, “esplicitare tutto ciò che è implicito e rendere esperienziale tutto ciò che è esplicito”, “andare oltre il rispecchiamento”, “rimani su questo e resta con me”, “rigore senza vergogna” e “auto-rivelazione giudiziosa”, catturano a pieno l’ethos della AEDP.

Superare la solitudine, sentirsi visti ed elaborare l’esperienza relazionale in modo esperienziale: l’emergere di una nuova energia vitale e del Sé profondo

Attaccamento e intersoggettività non sono soltanto processi che operano in sottofondo, facendo le loro potenti magie in silenzio; costituiscono anche importanti esperienze relazionali che – se messe al centro di un lavoro esplicito ed esperienziale – possono rivelarsi trasformative. Questa presentazione analizzerà il potere del superamento della solitudine e dell’elaborazione esplicita ed esperienziale delle esperienze relazionali profonde, sia di natura traumatica che riparativa. La AEDP ha messo a punto una serie di potenti tecniche di elaborazione relazionale che consentono di lavorare, in modo esperienziale, con le esperienze relazionali emergenti, correttive e trasformative. Diana Fosha esplorerà il ruolo essenziale delle emozioni relazionali positive all’interno del processo di cambiamento, emozioni che rappresentano una parte integrante del lavoro terapeutico con le esperienze emotive dolorose e travolgenti associate al trauma da attaccamento. Grazie alla AEDP, è stata identificata e descritta una fenomenologia di esperienze affettive positive, tra cui gli stati affettivi di guarigione, quelli relazionali associati al “noi” e lo stato profondo (core state), che indica l’attività dei processi relazionali trasformativi di guarigione. Diana Fosha illustrerà in che modo – attraverso il monitoraggio momento per momento delle esperienze di origine corporea e la regolazione affettiva diadica, all’interno di un contesto relazionale in cui la persona si sente al sicuro e riconosciuta – il superamento della solitudine e l’elaborazione esperienziale dei vissuti relazionali profondi, associati sia al trauma relazionale che alle esperienze riparative correttive, permettono di: (1) riparare il trauma relazionale; (2) liberare il Sé profondo, pienamente funzionante, del paziente; (3) raggiungere uno stato di benessere ricco di energia (es. esperienze profondamente positive relative a vitalità, connessione, speranza, fede, chiarezza, senso di agenzia, semplicità, compassione, gioia e verità). A questo proposito, è essenziale focalizzarsi sull’elaborazione esperienziale della trasformazione curativa all’interno di una diade curativa.


DAVID S. ELLIOTT (Stati Uniti d’America)

è uno psicologo clinico e ha completato il dottorato presso la Harvard University nel 1989. È co-autore del libro “Attachment Disturbances in Adults: Treatment for Comprehensive Repair” (Norton, 2016), che è stato insignito del premio Pierre Janet Writing Award istituito dalla Inter­national Society for the Study of Trauma and Dissociation. È docente universitario e Presidente del comitato consultivo della International School for Psycho­therapy, Counseling, and Group Leadership (San Pietroburgo, Russia). Inoltre, ha ricoperto la carica di Presidente della Rhode Island Psychological Association (USA) e ha svolto funzioni direttive all’interno di numerose organizzazioni impegnate a sostenere la salute mentale. Infine, ha uno studio privato di psicoterapia negli Stati Uniti, ma lavora come consulente e docente a livello internazionale, soprattutto nell’ambito della psicoterapia e degli studi sull’attaccamento, sulla personalità e sullo sviluppo del Sé.

Guarire l’attaccamento insicuro in Psicoterapia con l’aiuto di figure genitoriali ideali immaginate

I trattamenti più efficaci per l’attaccamento insicuro includono il riconoscimento del ruolo essenziale svolto dalla sensazione sentita (felt sense) relativa a uno stato di sintonizzazione empatica con gli altri significativi. Come Psicoterapeuti, facciamo del nostro meglio per essere sintonizzati e responsivi, per esprimere e rispecchiare modi di essere che possano aiutare i nostri pazienti a sentirsi protetti e accuditi, visti e riconosciuti, valorizzati e di valore, apprezzati e amati. Nonostante il nostro intervento in tal senso possa risultare molto utile, esistono dei limiti pratici a questa modalità di trattamento: i nostri pazienti con uno stile di attaccamento insicuro presentano dei modelli operativi interni associati a una relazione in qualche modo problematica con i propri genitori durante l’infanzia. Una relazione adulta, nuova e positiva, con uno Psicoterapeuta costituisce senza dubbio un elemento benefico, ma difficilmente potrà sostituirsi o cambiare efficacemente il modello operativo interno problematico. Concepito come uno strumento complementare rispetto alla funzione del terapeuta come “figura di attaccamento positiva”, l’utilizzo di “figure genitoriali ideali” può essere inserito all’interno del processo terapeutico finalizzato al raggiungimento di un attaccamento sicuro. Quando un paziente adulto, nel contesto di una relazione terapeutica in cui si sente sintonizzato e al sicuro, immagina di tornare bambino, di provare le stesse sensazioni dell’infanzia, e di interagire con genitori immaginari che incarnano tutti quei modi di essere e di comportarsi percepiti come “giusti” attraverso i suoi occhi di bambino, il modello operativo interno originale e problematico può essere sostituito da un modello relazionale nuovo, positivo, centrato sull’attaccamento sicuro. Questo approccio è in linea con e integra i principi e le implicazioni della teoria polivagale, del riconsolidamento della memoria e delle Psicoterapie relazionali e orientate al corpo.


ALESSANDRO CARMELITA (Regno Unito)

È Psicologo e Psicoterapeuta nonché Trainer e Supervisore in Schema Therapy certificato dalla ISST. Formato da alcuni dei più importanti Esperti internazionali nell’ambito della Psicoterapia e della Neurobiologia Interpersonale, il Dott. Carmelita è l’ideatore – insieme alla collega Marina Cirio – di un innovativo approccio terapeutico che prende il nome di Mindful Interbeing Mirror Therapy (MIMT), il cui utilizzo si sta diffondendo tra i professionisti della salute mentale di diversi Paesi del mondo. Il Dott. Carmelita ha condotto, inoltre, ben 56 edizioni del training internazionale in Schema Therapy e ha formato/supervisionato centinaia di terapeuti italiani e stranieri.


MARINA CIRIO (Italia)

Psicologa e Psicoterapeuta, ha arricchito la sua formazione clinica con recenti contributi in ambito neuroscientifico. Co-creatrice della Mindful Interbeing Mirror Therapy (MIMT), la Dott.ssa Cirio ha contribuito ad ampliare sia le implicazioni cliniche che la ricerca relativa agli interventi terapeutici più efficaci per trattare diverse tipologie di clienti. Dopo aver utilizzato per anni l’innovativo approccio della MIMT, la Dott.ssa Cirio condurrà – insieme ad Alessandro Carmelita – un nuovo corso di formazione su questo specifico modello di trattamento, con l’obiettivo di aiutare molti altri terapeuti ad apprendere un nuovo modo di relazionarsi ai clienti, favorendo un cambiamento reale e profondo.

Mindful Interbeing Mirror Therapy: oltre la guarigione dal trauma

Il paradigma Still-Face e il meccanismo dei neuroni specchio sono due principi fondamentali della Mindful Interbeing Mirror Therapy (MIMT): entrambi hanno enfatizzato, da un punto di vista scientifico, la dimensione intrinsecamente relazionale dei processi di costruzione del Sé e di creazione di significato esistenziale insiti in ogni essere umano. L’utilizzo dello specchio all’interno del setting terapeutico consente di esplorare, sin dalla prima seduta, la relazione del cliente con il proprio Sé; parallelamente, il concetto del “Sé” viene oggettivato come “Altro” con cui il cliente interagisce. Di conseguenza, la dimensione intersoggettiva dell’umanità viene vissuta in modo nuovo, aspetto che contribuisce ad accelerare il processo di cambiamento terapeutico. Basata su un’attivazione consapevole e mirata di specifici circuiti neurobiologici che regolano il riconoscimento dei volti e l’identificazione delle emozioni relative alle espressioni facciali, la MIMT è un approccio terapeutico efficace, concepito come processo di ricostruzione del Sé. L’obiettivo terapeutico è quello di aiutare il cliente a ricreare un profondo senso di connessione con la propria immagine riflessa allo specchio e sviluppare una nuova auto-compassione, superando la vergogna e il disprezzo nei confronti di sé stesso, emozioni tipicamente presenti nei soggetti traumatizzati.


LINDA GRAHAM (Stati Uniti d’America)

Vanta una consolidata esperienza come psicoterapeuta e insegnante del metodo Mindful Self-Compassion in tutta l’area della San Francisco Bay. Il suo approccio, insegnato sia a livello nazionale che internazionale, si basa sull’integrazione tra i più moderni studi neuroscientifici, la Mindfulness e la psicologia relazionale. La Dott.ssa Graham è, inoltre, autrice di due volumi: il più recente, “Resilience: Powerful Practices for Bouncing Back from Disappointment, Difficulty, and Even Disaster”, pubblicato nel 2018, e “Bouncing Back: Rewiring Your Brain for Maximum Resilience and Well-Being”, pubblicato nel 2013 e vincitore di numerosi riconoscimenti. Tutte le newsletter settimanali sul tema della resilienza (“Weekly Resources for Recovering Resilience”) che ha pubblicato negli ultimi 10 anni, sono disponibili sul sito www.lindagraham-mft.net.

La neuroscienza della resilienza

“Le radici della resilienza devono essere ricercate nella sensazione sentita (felt sense) di essere presenti, nella mente e nel cuore, di un altro empatico, sintonizzato e dotato di autocontrollo” (Diana Fosha, ideatrice della AEDP). La resilienza – ossia la capacità di affrontare abilmente le avversità e di riprendersi rapidamente da una delusione, una difficoltà, persino un disastro – è intrinsecamente presente negli esseri umani perché è una caratteristica innata del cervello umano. Il condizionamento delle esperienze di attaccamento precoci è all’origine della capacità della corteccia prefrontale di: (1) regolare (o meno) le risposte corporee, autonomiche ed emotive allo stress, al pericolo e alla minaccia di morte; (2) relazionarsi (o meno) al proprio Sé e agli altri partendo da una posizione di sicurezza, protezione, fiducia e risonanza intrapersonale e interpersonale; (3) riconoscere e riflettere sui pattern di risposta, implicitamente codificati, nei confronti delle sfide e dei momenti di crisi della vita che rafforzano (o compromettono) la resilienza. Le esperienze associate a un trauma dello sviluppo complesso determinano ulteriori esperienze di vergogna e disprezzo di sé apparentemente intrattabili che, inevitabilmente, finiscono per far deragliare la resilienza. Il trauma dello sviluppo complesso compromette persino lo sviluppo delle strutture e dei meccanismi cerebrali necessari per ripristinare la capacità di resilienza insita in ogni essere umano, impedendo così alla persona di mettere a punto strategie di coping adattive e flessibili per il futuro. Le moderne neuroscienze hanno permesso di fare chiarezza sugli strumenti centrati sul corpo che, stimolando un’empatia mindful e una connessione sintonizzata, possono essere utilizzati dagli Psicoterapeuti per rafforzare l’autoconsapevolezza, l’autocompassione e l’autoaccettazione dei propri clienti, aiutandoli a guarire dalla vergogna, a re-integrare le parti di sé precedentemente scisse e a smettere di sabotare la base sicura interiore della resilienza. Le moderne neuroscienze hanno consentito, inoltre, di comprendere quali processi di cambiamento cerebrale – come il deconsolidamento/riconsolidamento della memoria – possono essere utilizzati in modo sicuro, efficiente ed efficace per ripristinare un’adeguata crescita del cervello, facendo sì che il funzionamento cerebrale non sia più orientato alla negatività, alla reattività e alla chiusura, bensì alla ricettività, all’apertura, all’apprendimento e alla crescita. Attraverso tali processi, i clienti possono ristabilirsi e accedere a nuovi significati e a un senso di scopo più profondo.


RUTH LANIUS (Canada)

È docente di Psichiatria nonché Direttrice del Centro di ricerca sul disturbo da stress post-traumatico (PTSD) afferente alla University of Western Ontario. Ha ideato due programmi focalizzati sullo stress traumatico, specializzati nella ricerca e nel trattamento del PTSD e dei disturbi a esso associati. È titolare della cattedra Harris-Woodman di Medicina mente-corpo presso la Schulich School of Medicine and Dentistry della University of Western Ontario. I suoi interessi di ricerca vertono sulla neurobiologia del PTSD e sullo studio degli esiti del trattamento, realizzato mediante l’analisi di metodi farmacologici e psicoterapeutici diversi. Ha pubblicato oltre 150 articoli e capitoli di libri sullo stress traumatico ed è attualmente beneficiaria di vari finanziamenti federali. Inoltre, tiene regolarmente conferenze sul PTSD a livello nazionale e internazionale. Di recente, ha pubblicato il suo ultimo libro “Healing the traumatized self: consciousness, neuroscience, treatment” (tr. it., “La cura del Sé traumatizzato”, Fioriti Editore, 2017), di cui è co-autrice insieme a Paul Frewen.

Il Sé traumatizzato allo specchio: superare la vergogna, il disprezzo di sé e la dissociazione

Frasi come “quando mi guardo allo specchio, vedo un mostro” o “quando mi guardo allo specchio, non mi riconosco”, rappresentano la realtà di molti individui che hanno vissuto un trauma dello sviluppo cronico. Il trauma non ha spesso soltanto effetti devastanti sul senso del Sé, ma incide anche sulle relazioni con gli altri, inducendo il soggetto traumatizzato a provare vergogna per la sua stessa esistenza e a sentirsi estraniato dal mondo esterno. Tale senso di vergogna può incidere profondamente sulla capacità di vivere emozioni positive e potrebbe portare il soggetto traumatizzato a non sentirsi meritevole di vivere momenti di gioia, amore e orgoglio, alimentando il disprezzo nei confronti di sé stesso. Inoltre, queste esperienze possono innescare stati severi di iperattivazione o ipoattivazione che, spesso, finiscono per spingere il Sé traumatizzato al di fuori dei confini della finestra di tolleranza, provocando una dissociazione dell’individuo dal proprio corpo e dal mondo circostante. L’automutilazione è un fenomeno altrettanto comune in quanto è spesso innescata da sentimenti di disgusto e di vergogna nei confronti di sé stessi. Questa presentazione illustrerà una serie di strategie specifiche per gestire la vergogna e le relative disfunzioni del Sé, tra cui l’odio nei confronti di sé stessi e l’automutilazione. Saranno descritti alcuni interventi mirati, in grado di aiutare i clienti a rafforzare l’autocompassione, con l’obiettivo di arrivare a un pieno ripristino del senso del Sé. Saranno esaminate, inoltre, le implicazioni relative ai disturbi del Sé trauma-correlati all’interno della cornice terapeutica della Mindful Interbeing Mirror Therapy (MIMT). Infine, saranno analizzati i meccanismi neurobiologici all’origine delle disfunzioni del Sé, dell’incapacità di tollerare le emozioni positive e dell’automutilazione. Al termine dell’intervento, i partecipanti saranno in grado di: (1) descrivere gli effetti di una traumatizzazione a lungo termine sul Sé; (2) identificare le conseguenze, a livello cognitivo e affettivo, dei disturbi relativi al senso del Sé; (3) identificare strategie di intervento mirate a ripristinate il senso del Sé e a ridurre gli stati sintomatici; e, infine, (4) descrivere i fondamenti neurobiologici della disfunzione del Sé, della vergogna e dell’automutilazione.


VITTORIO GALLESE (Italia)

È Professore Ordinario di Fisiologia presso il Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Parma. È, inoltre, Adjunct Senior Research Scholar presso il Department of Art History and Archeology della Columbia University (New York, USA) nonché Professore di Estetica Sperimentale presso l’Institute of Philosophy della University of London (Regno Unito). È coordinatore del Dottorato di Ricerca in Neuroscienze e Direttore della Scuola Dottorale di Medicina e Chirurgia dell’Università di Parma. Neuroscienziato, tra i suoi contributi scientifici principali vi è la scoperta – assieme ai colleghi di Parma – dei neuroni specchio, nonché l’elaborazione di un modello neuroscientifico dell’intersoggettività: la teoria della simulazione incarnata. Ha lavorato e insegnato nelle Università di Losanna, Tokyo, Berkeley e Berlino. È autore di oltre 230 lavori scientifici su riviste e libri internazionali, di due libri in qualità di autore e di tre libri in qualità di curatore. Ha ricevuto la George Miller Fellowship dalla University of California at Berkeley nel 2001, il Premio Grawemeyer per la Psicologia per l’anno 2007, il Doctor Honoris Causa dall’Università Cattolica di Lovanio, Belgio, nel 2010, l’Arnold Pfeffer Prize for Neuropsychoanalysis a New York nel 2010, il Premio Musatti della Società Italiana di Psicoanalisi nel 2014, la Kosmos Felloship dalla Humboldt Universität di Berlino e la Einstein Fellowship alla Berlin School of Mind & Brain della Humboldt University per il periodo 2016-2018.

Sintonizzazione intenzionale: dai neuroni specchio all’intersoggettività

La scoperta dei neuroni specchio ha svelato i meccanismi neurali che mediano tra la conoscenza esperienziale multi-livello, insita nel nostro corpo, e le certezze implicite rispetto agli altri che, simultaneamente, maturiamo in noi. Questa conoscenza esperienziale, correlata al corpo, ci permette di sintonizzarci con gli altri in modo intenzionale. Tale spazio “noi-centrico” ci consente di comprendere le azioni degli altri, nonché di decodificare le emozioni e le sensazioni che vivono. Una forma diretta di “comprensione esperienziale” viene raggiunta attraverso il modellamento dei comportamenti altrui sottoforma di esperienze intenzionali, sulla base dell’equivalenza tra ciò che gli altri fanno e sentono e ciò che noi facciamo e sentiamo. Questo meccanismo do modellamento può essere definito una forma di simulazione incarnata; attraverso la simulazione incarnata, non ci limitiamo a “vedere” un’azione, un’emozione o una sensazione. Parallelamente alla descrizione sensoriale degli stimoli sociali osservati, creiamo delle rappresentazioni interne degli stati corporei associati alle azioni, emozioni e sensazioni evocate nell’osservatore, come se quest’ultimo compiesse un’azione simile o provasse un’emozione/una sensazione simile. I neuroni specchio sono probabilmente il correlato neurale di tale meccanismo. La classica distinzione netta tra esperienze in prima o in terza persona relative a determinate azioni, emozioni e sensazioni, risulta molto meno marcata se analizzata dalla prospettiva dei meccanismi neurali utilizzati per mappare simili esperienze. Il divario tra i due punti di vista viene, infatti, colmato dal modo in cui la relazione intenzionale viene mappata funzionalmente, a livello neurale, dai meccanismi di rispecchiamento. Attraverso uno stato neurale condiviso – attivo in due corpi diversi, benché soggetti alle stesse regole funzionali – l’“Altro oggettuale” diventa “un altro Sé”.

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